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Avanti popolo, fare gestacci si può. In pubblico, mentre suona l’inno nazionale. E quindi anche per strada, per salutare il vostro capo, se volete. Oppure per ringraziare qualcuno. Fare gestacci non è reato. Umberto Bossi potrebbe tenere una lezione accademica sul significato del gestaccio.
A Padova ne ha rifilato uno, ben evidente, durante l’inno nazionale. Era a casa sua, nel nord-est federalista, e forse si è sentito in dovere di manifestare il suo dissenso a Roma ladrona. Quella Roma ladrona alla cui mammella è fedelmente attaccato da quasi vent’anni.
Perchè forse Bossi non se n’è accorto, ma la politica italiana è sostenuta dai soldi della capitale. Lo stesso Veltroni a cui oggi Bossi tende la mano fa parte di Roma, ne rappresenta una parte. Bossi pretende il federalismo, ma se con una mano fa gestacci, con l’altra incassa tutti i benefit dell’essere parlamentare. Romano.
Sullo stesso filo dell’ipocrisia di una coalizione che ha raccolto sotto l’unico cappello (quello a tesa larga) di Berlusconi, per vincere, i patrioti (come La Russa, che ora vuole le scuse del Senatur) e i leghisti, che chiamano apertamente i patrioti “fascisti”, queste nuove uscite di stomaco di Bossi non devono sorprendere.
Fa parte del personaggio, coraggioso, forte di un 8% da far ciondolare di fronte al naso del Cavaliere ogni volta che è necessario. Anzi, ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Eccola, la maggioranza voluta da mezza Italia: due terzi di parlamento sotto il giogo separatista. D’altra parte è la maggioranza di un premier che ha definito “eroe” un mafioso.
Ricordiamolo in questa settimana di gestacci, e di commemorazioni per via D’Amelio.
Massimiliano Scorza xeditor
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